Investigazioni aziendali Rassegna stampa investigativa

La sicurezza nel retail in Italia

Uno studio su furti, rapine e nuovi sistemi di sicurezza.

La sicurezza nel retail in Italia


Scopo di questo studio è fornire un quadro dello stato della sicurezza del settore retail in Italia.

In particolare, analizzare le perdite e le differenze inventariali derivanti da furti, rapine e altre forme di illegalità, individuare le diversità territoriali e settoriali e fornire una panoramica sulle misure e le tecnologie di sicurezza adottate dagli esercenti.

Questo studio è il risultato della collaborazione di tre mondi: quello della ricerca accademica, quello dei retailer e quello dei fornitori di soluzioni per la sicurezza e la loss prevention.

È stato condotto da Crime&tech con la collaborazione del Laboratorio per la Sicurezza e il supporto di Checkpoint Systems.

Lo studio adotta un approccio innovativo che risponde a due esigenze:

da un lato, in continuità con il "Barometro mondiale dei furti nel retail", offrire agli operatori uno strumento per monitorare l’andamento della sicurezza nell’ambito retail. 

Dall’altro fornire un nuovo osservatorio sul fenomeno, con dati più dettagliati, a livello geografico e settoriale, che permettano una pianificazione più efficace dei presidi di prevenzione e che consentano di disegnare delle politiche per la sicurezza sulla base di una più solida evidenza empirica.

In questo senso, lo studio vuole essere uno strumento di supporto e di riflessione non solo per i ricercatori, ma soprattutto per gli operatori in questo ambito: retailer, fornitori di servizi e tecnologie per la sicurezza, forze dell’ordine e altre autorità pubbliche.

Si tratta della prima analisi mai condotta in Italia con un dettaglio comunale e provinciale, e la prima esplorazione delle differenze in termini di vulnerabilità tra i punti vendita collocati all’interno di centri commerciali e quelli situati nei centri urbani.

Vengono fornite statistiche di sintesi e approfondimenti su aspetti di particolare rilevanza (es. prodotti più rubati, modi operandi dei furti, trend emergenti) con numerosi casi studio e buone pratiche.

Il rapporto presenta anche una stima dei costi e dell’impatto delle perdite nel settore retail, e degli spunti di riflessione su come minimizzarle, sia dal punto di vista tecnologico che attraverso una più efficace distribuzione delle misure di sicurezza sul territorio.

Ovviamente si tratta solo del primo passo verso una più completa comprensione dei rischi a cui è esposto il retail in Italia: per perfezionare l’analisi e la mappatura saranno necessari dati di migliore qualità, ad esempio migliorando livello di dettaglio, l’armonizzazione delle definizioni e la maggiore copertura in termini di punti vendita, aree territoriali e settori merceologici.

Allo stesso tempo serve una collaborazione costante tra università, imprese e settore pubblico per interpretare nella maniera più corretta le informazioni raccolte.

Solo grazie a questa combinazione di esperienze sarà possibile trasformare le analisi in tecnologie e servizi di sicurezza più efficaci nella prevenzione della criminalità contro il retail e nella minimizzazione delle perdite.


Laboratorio per la Sicurezza

Nei primi incontri del Laboratorio per la Sicurezza, quando non eravamo ancora un’associazione, dedicavamo la maggior parte del tempo a discutere delle varie situazioni a rischio nei punti vendita delle aziende rappresentate al tavolo, sparsi sull’intero territorio nazionale.

Erano discussioni interminabili, da cui ognuno traeva spunto per rivedere la propria strategia con calma, una volta rientrato in ufficio.

Tra gli aspetti più interessanti di quel periodo vi erano la naturalezza e il cameratismo che accompagnavano il grande desiderio di condividere le nostre esperienze.

Sembrava quasi di partecipare ad incontri di avventurieri di altri tempi, che si ritrovavano per raccontarsi quello che incontravano nel loro girovagare.

Poi, nella fase successiva della discussione, ognuno di noi iniziava a proporre le proprie idee, le proprie soluzioni ma, anche e spesso, ad esprimere le proprie difficoltà nel risolvere i problemi che quotidianamente, come security manager del retail, siamo chiamati ad affrontare all’interno delle nostre aziende.

E, proprio in quel momento, il tavolo si trasformava in una sorta di “mutuo soccorso”: spontaneamente ci rivolgevamo al collega seduto accanto offrendo il nostro supporto o chiedendo informazioni, anche se appartenenti ad aziende fra di loro concorrenti.

Questa era l’idea dalla quale è partito il progetto del Laboratorio per la Sicurezza.

Ma mancava ancora qualcosa, mancava qualcuno che ci aiutasse ad analizzare e rendere fruibili in modo sistematico le informazioni di cui disponevamo, nella convinzione che, nella nostra attività, la condivisione e la partecipazione siano elementi fondamentali per dare valore aggiunto al processo di tutela del patrimonio aziendale.

Per questo motivo abbiamo cercato chi potesse aiutarci in un’analisi strutturale, di quell’enorme ed esclusivo patrimonio in nostro possesso, costituito dall’ingente quantitativo di informazioni relative ai reati predatori che colpiscono le aziende del retail.

Ci siamo rivolti a Crime&tech, spin off dell’Università Cattolica di Milano, che ha subito creduto in questo progetto, comprendendo l’esigenza di condivisione che anima i security manager del Laboratorio.

Il lavoro che è emerso, sostenuto dal contributo di Checkpoint Systems, è un documento non solo di analisi della sicurezza in questo settore, ma è anche un riferimento affidabile per coloro che, ogni giorno, sono chiamati a prendere decisioni e investire risorse per gestire nel migliore dei modi la sicurezza nei punti vendita.

L’analisi dei dati è uno strumento essenziale per ogni processo aziendale, ma nella sicurezza non è sempre possibile averlo a disposizione, principalmente a causa della difficoltà di raccogliere e confrontare le informazioni in modo funzionale agli utilizzi.

Questa iniziativa, la prima in Italia nel suo genere, vuole essere proprio questo: un primo passo per un nuovo approccio al mondo del security management.

L’approccio innovativo alla base di questo progetto mette allo stesso tavolo il mondo della sicurezza aziendale, rappresentato dagli oltre 40 professionisti del Laboratorio, il mondo della ricerca accademica e il mondo dei fornitori di servizi e tecnologie, non per compilare delle aride check-list, ma per sviluppare un vero e proprio lavoro di squadra, fatto di incontri e confronti costanti tra le persone.

Il risultato è sorprendente, ed è proprio quello che quei pochi “avventurieri” desideravano avere quando ebbe inizio questa idea.

 

Checkpoint Systems

Benvenuti allo studio su “La sicurezza nel retail in Italia”, ricerca focalizzata sul mercato Italiano, con cui Checkpoint Systems vuole dare continuità al proprio impegno nel contribuire a fotografare lo stato delle differenze inventariali e capire le problematiche del retail relative alla disponibilità della merce.

Abbiamo sostenuto 14 edizioni del “Barometro mondiale dei furti nel retail”, unico studio globale sulle differenze inventariali, con la speranza di contribuire a creare dibattito sul fenomeno mettendo a disposizione del mondo retail dati unici da poter utilizzare come benchmark per i propri obiettivi strategici e le proprie performance.

Lo studio sulla “Sicurezza nel retail in Italia” segna un importante punto di svolta grazie alla partecipazione diretta del Laboratorio per la Sicurezza, un’associazione che riunisce numerosi retailer e che, insieme al coinvolgimento del mondo accademico, ha saputo rilevare dati puntuali e dettagliati e offrire evidenza di politiche di prevenzione innovative ed efficienti.

È sotto l’occhio di tutti la trasformazione in atto nel retail e restare a guardarla significa rimanere indietro; nel contempo per poter intraprendere delle azioni efficaci è di fondamentale importanza conoscere il fenomeno, rilevarlo e studiarlo.

Il nuovo Security manager deve affrontare nuove sfide: omnicanalità, nuove tecnologie che pervadono ogni routine, abitudini di acquisto mutate ed evolute, nuovi modi di comunicare, dinamiche complesse che coinvolgono e spingono le figure professionali nel retail a un'evoluzione.

In questo contesto anche i ladri hanno modificato il loro modus operandi: sempre più diffuse ad esempio sono le bande organizzate che assediano i punti vendita, soprattutto nei centri commerciali e in periferia.

In uno scenario così mutevole, la ricerca ha rilevato che le differenze inventariali sono in calo rispetto agli anni precedenti: un importante risultato che reputiamo essere la conseguenza di nuove politiche di prevenzione, di un maggiore coinvolgimento di tutti i dipendenti e di un lavoro sempre più sinergico con tutti gli altri attori coinvolti (fornitori, partner tecnologici, ecc).

Nonostante questo, le differenze inventariali valgono ancora quasi 2,4 miliardi di euro, una cifra che non permette di abbassare la guardia ma che anzi deve essere da stimolo a proseguire nelle attività intraprese.

Reputiamo che le soluzioni di prevenzione, per essere realmente innovative e ancora più efficaci, devono essere integrate con le nuove tecnologie così da risultare flessibili e adattabili all’evoluzione stessa che il fenomeno dei furti subisce, permettendo così di agire non solo sulla repressione ma anche su una prevenzione basata sulla conoscenza dei dati e dei comportamenti.

Il nostro impegno sarà sempre quello di essere al fianco dei retailer e dei centri di ricerca, ognuno per la propria parte, per aiutarli a studiare e analizzare questi fenomeni nella certezza che solo in questa modalità condivisa si potranno raggiungere i risultati attesi.

 

In sintesi

Obiettivi e metodologia

Questo studio è stato realizzato da Crime&tech, spin-off company del centro Transcrime di Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con il Laboratorio per la Sicurezza e il supporto di Checkpoint Systems.

-        Propone un’analisi di furti, rapine e sistemi di sicurezza nel settore retail in Italia, e in particolare fornisce:

-        Una misura delle differenze inventariali in percentuale sul fatturato; • Un’analisi delle diversità settoriali, geografiche e di localizzazione (centri commerciali vs città);

-        Un’analisi dei fattori socio-economici di contesto;

-        Un approfondimento sulle modalità e gli autori più ricorrenti nei furti esterni;

-        Un’analisi delle tipologie più comuni di furto interno (i.e. ad opera di dipendenti infedeli);

-        Una misura dei furti sventati per area e per localizzazione dei punti vendita (PV);

-        Un’analisi della diffusione dei sistemi di prevenzione tra settori e tecnologie diverse.



Lo studio utilizza dati raccolti secondo due metodi:

-        Metodo 1: informazioni quantitative e qualitative raccolte tramite questionario (copertura: 30 aziende, 8.140 PV stimati, 11,5% del fatturato del retail in Italia);

-        Metodo 2: dati quantitativi e informazioni per punto vendita, condivisi direttamente dalle aziende (copertura: 12 aziende, 1.088 PV, 2,9% del fatturato del retail in Italia).

 

I risultati

Differenze inventariali, modi operandi e prodotti più rubati

-        In media, nel 2016, le differenze inventariali hanno rappresentato l’1,1% del fatturato delle aziende nel settore retail in Italia. Una cifra stimabile intorno a 2,3 miliardi di euro.

-        In alcuni settori (es. Abbigliamento – Fast fashion, GDO, Calzature e accessori) il valore è superiore alla media, mentre è inferiore in altri (es. Abbigliamento – Intimo, Fai da te, Articoli sportivi).



Differenze inventariali per settore merceologico, % media sul fatturato. Anno 2016

Settore merceologico:

-        Abbigliamento - fast fashion: 1,39%

-        Abbigliamento: intimo: 0,78%

-        Abbigliamento: luxury: 0,52%

-        Articoli sportivi: 0,52%

-        Beauty&cosmetics: 0,82%

-        Calzature e accessori: 1,13%

-        Fai da te: 0,85%

-        Grande distribuzione organizzata: 1,31%

-        RETAILER presso stazioni di servizio: 1,10%

-        Settore Italia: 1,10%

 

Secondo la maggior parte dei rispondenti le differenze inventariali sono in diminuzione, ma in alcuni comparti (es. Lusso, Calzature, Beauty&Cosmetics) appaiono in aumento.

Le regioni con il valore più elevato di differenze inventariali sono Campania (1,4%), Puglia (1,4%) ed Emilia Romagna (1,3%).

È possibile individuare alcuni cluster territoriali: ad esempio la bassa padana tra Alessandria e Bologna, le province di Bari e Brindisi e l’area compresa tra Napoli e Cosenza. Si tratta in genere di zone interregionali e attraversate da importanti vie stradali

In media, gli ammanchi sono più alti nei negozi situati in aree più periferiche, in comuni più piccoli, meno densamente popolati, con PIL pro-capite inferiore e tassi più alti di giovani e disoccupati.

Le differenze inventariali sono maggiori nei punti vendita dei centri commerciali rispetto ai negozi in città. La ragione può essere legata alle maggiori difficoltà di monitoraggio, al più basso conversion rate clienti-visitatori e alla minore customer care.

La causa più frequente delle perdite sono i furti compiuti da soggetti esterni, seguiti da quelli ad opera di dipendenti infedeli (i.e. furti interni) e quindi di fornitori e trasportatori. La causa meno frequente sono gli errori amministrativi e contabili.

Tra i soggetti esterni, sono in aumento i furti organizzati sia ad opera di micro-bande di 2-3 persone che quelli compiuti da veri e propri gruppi criminali (soprattutto sotto forma di intrusioni notturne).

Le fasce d’età più ricorrenti dei "ladri di negozi" sono 18-25 e 26-40 tra gli uomini (soprattutto nel Fai da te, Stazioni di Servizio e nel Lusso) e le donne tra 26 e 40 anni (soprattutto nel Beauty&Cosmetics, nelle Calzature e nell’Abbigliamento). In termini di nazionalità, prevalgono i soggetti dell’Est Europa.

L’uso di borse schermate (con fogli di alluminio o simili, per evitare i sensori anti-taccheggio) appare il modus operandi più frequente.

I prodotti più rubati variano a seconda del settore merceologico. Più appetibili quelli con un alto valore economico per centimetro cubo, più facilmente occultabili e con una maggiore rivendibilità sul mercato

 

I sistemi di contrasto e prevenzione

In media, nel 2016, per ogni punto vendita del retail in Italia sono stati sventati 83 furti.

La media più alta di furti sventati è nel NordOvest, in cui prevale la Lombardia (134 per ogni negozio). Tra le province, è in testa Milano (183)

Al contrario delle differenze inventariali, le aree con più furti sventati sono quelle più popolate, più ricche e legate ai grandi centri urbani: è ipotizzabile che qui si concentrino i maggiori investimenti delle aziende in sistemi di sicurezza e prevenzione.

Si sventano molti più furti nei negozi in città (in media, 104 all’anno) che nei centri commerciali (in media, 67).

In media, i retailer italiani spendono in sistemi di sicurezza lo 0,5% del fatturato, con differenze sensibili tra i settori merceologici

La prevenzione dei furti e delle perdite avviene, secondo i retailer intervistati, attraverso una combinazione di diversi presidi adottati contestualmente nello stesso punto vendita.

Tra i sistemi più adottati compaiono la videosorveglianza (100% dei rispondenti), seguita dai sistemi di allarme gestiti da terzi (89%), dalle placche/etichette antitaccheggio - EAS (83%) e dalle guardie non armate (83%).

Se i sistemi antitaccheggio offrono protezione soprattutto contro i ladri occasionali, a costi contenuti, le guardie hanno un forte effetto deterrente ma costi di gestione più elevati.

La videosorveglianza è utile in fase di ricostruzione dell’evento ma richiede un forte investimento e può comportare criticità nella gestione dei dati sensibili.

Nel settore stanno emergendo soluzioni innovative, come sensori anti-taccheggio tarati per le borse schermate, “guardie vendenti” e software predittivi capaci di indicare, in tempo reale, i negozi più a rischio.

 

L’impatto economico complessivo su aziende e cittadini

Il costo complessivo annuo della sicurezza (dato dalla somma del valore delle differenze inventariali e della spesa per i sistemi di protezione) delle aziende del retail in Italia è pari all’1,6% del fatturato (Figura F).

In termini economici, una cifra stimabile intorno ai 3,4 miliardi di euro: il quinto gruppo retail in Italia se lo si interpretasse come il fatturato di una azienda.

In media, si tratta di 26 milioni di euro ogni anno per i primi 50 retailer italiani per fatturato e 56 euro per ogni cittadino

 

Le implicazioni per la ricerca e per il settore pubblico e privato

Questo studio è solo il primo passo nella comprensione dei rischi del settore retail in Italia e delle possibili contromisure.

Per migliorare l’analisi sono necessari, da un lato, dati puntuali e di maggiore qualità, ad esempio sulle caratteristiche dei negozi, dei visitatori, del personale e dei sistemi di sicurezza adottati in ciascun punto vendita.

Dall’altro la collaborazione continua del mondo accademico, dei retailer, dei fornitori di tecnologie per la sicurezza e della pubblica amministrazione: una conoscenza condivisa della sicurezza.

 

Glossario

Abbigliamento – Fast fashion = Aziende del settore abbigliamento che producono collezioni in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevi.

Abbigliamento – Intimo = Aziende del settore abbigliamento specializzate nella vendita di biancheria intima.

Abbigliamento – Luxury = Aziende del settore abbigliamento e accessori specializzate nella vendita di prodotti di elevata gamma qualitativa e costo.

C&T = Crime&tech, spin-off company di Università Cattolica del Sacro Cuore - Transcrime.

Conversion rate = Rapporto tra numero di persone che acquistano rispetto al numero totale di visitatori di un punto vendita.

Differenze inventariali (DI) = Differenza fra i valori contabili/finanziari della merce e quelli relativi al conteggio fisico. Nell’ambito di questo studio sono calcolate al prezzo di vendita al cliente, senza tener conto dei rimborsi assicurativi, e sono espresse in percentuale sul fatturato.

EAS = Electronic Article Surveillance. Sistema antitaccheggio costituito da antenne e accessori degli impianti antitaccheggio. Per “Accessori“ si intende ogni prodotto, come ad esempio etichette o placche, utilizzato per la protezione antitaccheggio dei prodotti all’interno di un punto vendita.

Furto esterno = Modalità di furto commesso da uno o più soggetti esterni all’azienda. Il furto esterno può derivare da taccheggio/furto con destrezza, furto con scasso o rapina.

Furto interno = Modalità di furto commesso dai dipendenti dell’azienda. I furti interni possono essere distinti in furto della merce, appropriazione indebita di denaro dalla cassa, annullamento totale o parziale degli scontrini, reso merce fraudolento.

Furti sventati = Numero di persone fermate per punto vendita durante l’orario di apertura.

GDO = Grande Distribuzione Organizzata (supermercati, ipermercati, cash&carry).

GRTB = Global Retail Theft Barometer, ovvero Barometro mondiale dei furti nel retail. Studio condotto dal 2001 al 2015 e sponsorizzato da Checkpoint Systems (http://www. globalretailtheftbarometer.com/).

OSSIF = Osservatorio per la sicurezza fisica. Centro di ricerca di ABI (Associazione Bancaria Italiana) in materia di sicurezza.

PV = Punto vendita.

Retail = Settore merceologico classificabile secondo la divisione ATECO/NACE G.47 - Commercio al dettaglio, escluso quello degli autoveicoli e dei motocicli. Questa divisione include il commercio al pubblico (vendita senza trasformazione) di prodotti nuovi e usati per uso personale e consumo domestico.

RFID = Radio Frequency Identification, ovvero identificazione a radiofrequenza. Tecnologia per l’identificazione e/o memorizzazione automatica di informazioni inerenti oggetti, basata sulla capacità di memorizzazione di dati da parte di particolari etichette elettroniche (tag) e sulla capacità di queste di rispondere all’interrogazione a distanza da parte di appositi apparati fissi o portatili (reader).

SDI = Sistema Di Indagine. Banca data interforze del Ministero dell’Interno che raccoglie, tra le altre informazioni, i dati sui reati denunciati dalle Forze dell’Ordine all’Autorità giudiziaria.

Spesa per la sicurezza = Valore degli investimenti in misure di sicurezza e prevenzione (comprendente costi come vigilanza, servizi di sicurezza, manutenzione impianti, ecc.) espresso in percentuale sul fatturato.

TAPA = Transported Asset Protection Association - Associazione per la protezione delle merci destinate al trasporto.

 

Lo studio

Rispetto ai precedenti studi effettuati in questo ambito in Italia ed in Europa, questo rapporto adotta una metodologia innovativa sviluppata da Crime&tech (C&T) in collaborazione con il Laboratorio per la Sicurezza e le aziende italiane del settore retail, che combina due fonti di informazione, diverse e complementari, e due metodi distinti di raccolta dei dati.

Il primo metodo ha previsto la raccolta di informazioni quantitative e qualitative a livello di azienda tramite un questionario online a cui hanno risposto 20 gruppi del settore retail, corrispondenti a 30 aziende con brand e punti vendita indipendenti, per una copertura totale stimata di circa 8.140 negozi in Italia1 .

Il fatturato complessivo realizzato in Italia dai rispondenti, nell’ultimo esercizio, può essere stimato in 24,9 miliardi di euro, pari all'11,5% del fatturato totale delle aziende attive nel settore retail in Italia2 .

I questionari hanno raccolto non solo statistiche aggregate su differenze inventariali e spese di sicurezza, ma anche informazioni di contesto su stagionalità dei furti, modi operandi e sulle misure di sicurezza e prevenzione adottate.

Il secondo metodo si è basato sulla raccolta di dati quantitativi e informazioni a livello di singolo punto vendita condivisi direttamente da un campione di 7 gruppi del settore retail, corrispondenti a 12 aziende con brand e punti vendita indipendenti, per una copertura di 1.088 negozi distribuiti in 20 regioni e 94 province italiane.

Tali aziende, nell’ultimo esercizio, hanno registrato un fatturato complessivo stimato di circa 6,3 miliardi di euro, pari a 2,9% del fatturato totale nell’intero retail in Italia3 .

I dati raccolti si riferiscono alle differenze inventariali e al numero di furti sventati per singolo punto vendita insieme ad altre informazioni (es. indirizzo, tipologia e localizzazione).

Nonostante la diversa numerosità e rappresentatività settoriale dei due campioni ottenuti, si è ritenuto che solo la combinazione di questi due metodi potesse garantire una panoramica completa sullo stato della sicurezza nell’industria retail in Italia.

L’analisi delle informazioni raccolte è stata seguita da un workshop, a cui hanno partecipato 30 security manager delle aziende retail, e da diverse interviste con rappresentanti selezionati che hanno contribuito all’interpretazione dei risultati emersi e alla definizione di buone pratiche e casi studio rilevanti.

 

1. La stima è ottenuta sommando i valori medi degli intervalli indicati dalle aziende nel questionario (5000) e arrotondando il risultato.

2. Il valore di 24,9 mld di euro è stato ricavato sommando il fatturato realizzato, nell’ultimo esercizio disponibile, dalle imprese partecipanti allo studio. Tale valore rappresenta una stima conservativa dell’intero campione, in quanto alcuni questionari sono stati compilati in forma anonima, venendo quindi esclusi dalla stima del fatturato totale.

Il fatturato complessivo del settore retail, stimato in 216 mld di euro, è calcolato come fatturato totale delle società di capitale registrate in Italia nella divisione ATECO G.47 (ad esclusione dei gruppi ATECO G.47.8 e G.47.9), in attività e con almeno 300.000 euro di fatturato (totale: 47.194 aziende). Fonte: elaborazione Crime&tech di dati Bureau van Dijk – ORBIS.

3. La metodologia utilizzata per il calcolo del fatturato complessivo è la stessa utilizzata per il primo metodo.

 

Le informazioni raccolte hanno consentito, da un lato, di produrre per la prima volta nel nostro paese, un’analisi a livello geografico molto dettagliata e un’esplorazione delle differenze tra negozi in città e centri commerciali. Dall’altro, di fornire nuove chiavi interpretative, trend emergenti e riflessioni su come migliorare la prevenzione delle perdite in questo settore.

 

Differenze inventariali

Nel 2016, le differenze inventariali (DI) hanno rappresentato in media l’1,1% del fatturato delle aziende del settore retail in Italia.

I risultati dei due set di dati raccolti hanno fornito indicazioni molto simili: 1,08% del fatturato per le differenze inventariali calcolate sulla base dei dati ottenuti tramite questionario (Metodo 1) e 1,12% del fatturato per le differenze inventariali calcolate a partire dai dati puntuali (Metodo 2)

 

Misurare le differenze inventariali

Le differenze inventariali possono essere definite come la differenza fra i valori contabili/finanziari della merce, e quelli relativi al conteggio fisico (The Smart Cube 2015).

Il calcolo delle differenze inventariali all’interno del settore retail presenta numerose sfide. Infatti, dalle testimonianze raccolte tra i security manager partecipanti allo studio, non è emersa una definizione univoca e condivisa da tutte le aziende.

Le diversità nelle voci che compongono le differenze inventariali dipendono dalle diverse pratiche contabili adottate da ciascuna azienda, a loro volta conseguenza delle diverse tipologie di supply-chain, dai diversi tipi di merce trattata, e dalle diverse prassi di gestione interna (Beck 2016).

Questo crea delle difficoltà per la raccolta e la successiva analisi comparativa delle informazioni fornite da aziende diverse.

Ad esempio, nell’ambito di questo studio, è stato chiesto a tutti i rispondenti di fornire il dato sulle differenze inventariali calcolate al prezzo di vendita.

Tuttavia, alcune aziende contabilizzano le differenze inventariali al prezzo di costo che ha quindi richiesto una successiva elaborazione dei dati. Inoltre, è stato rilevato che per due delle aziende partecipanti, il calcolo delle differenze inventariali tiene conto anche dei rimborsi assicurativi.

Ove possibile, è stato richiesto di fornire il dato al netto di tali rimborsi, preservando la comparabilità con gli altri dati ricevuti.

In alcuni casi non è stato poi possibile scorporare le varie voci contabili che compongono le differenze inventariali per avere una misura omogenea tra settori diversi.

Per esempio, molte aziende misurano le differenze inventariali a livello di punto vendita, non considerando gli ammanchi di merce registrati lungo la catena logistica.

Per 10 delle aziende rispondenti (nei settori GDO, Fast-fashion, Beauty&Cosmetics e Articoli sportivi), sono invece inclusi nel totale.

Alcune aziende attive nella GDO includono nel calcolo anche gli ammanchi "noti", ovvero prodotti semilavorati e i mancati freddi, che invece non vengono inclusi dalle aziende degli altri settori.

Scarti e rotture, anch’essi da considerare come ammanchi "noti", sono inclusi nel calcolo delle differenze inventariali dalle aziende del settore Beauty&Cosmetics, e da alcune aziende attive nella GDO

 

Trend

Nonostante alcune differenze a livello settoriale (vedi 2.1, pag.25), i dati raccolti indicano generalmente una diminuzione delle differenze inventariali negli ultimi anni.

Le risposte raccolte tramite il questionario rivelano un trend prevalentemente decrescente per il periodo 2014-2016.

La maggior parte dei retailer rispondenti (10 su 19) ha dichiarato una diminuzione delle differenze inventariali nel triennio considerato a fronte di 5 aziende che, invece, hanno registrato un aumento.

Per 4 gruppi gli ammanchi sono rimasti invariati.

Anche i dati raccolti per punto vendita mostrano un trend negativo nel periodo 2014-2016 registrando una diminuzione complessiva del 30%.

Questo andamento segue la tendenza già evidenziata dal Global Retail Theft Barometer (GRTB) 2015 confermando che le differenze inventariali sono, generalmente, in calo nel settore retail.

Il trend negativo osservato per le differenze inventariali dopo il 2014 è in linea con l’andamento dei reati appropriativi in Italia nello stesso periodo e in particolare con quello dei reati denunciati ai danni degli esercizi commerciali.

Se nei primi anni che hanno seguito la crisi economica del 2008 si era osservato un aumento generalizzato di furti e rapine nei negozi, il trend si è invertito nel 2015, con un calo moderato dei furti (-4%), e più netto delle rapine (-16%), ormai scese al di sotto dei livelli pre-crisi.

 

Il crime drop in Italia

Secondo i dati SDI del Ministero dell’Interno, nel corso del 2016 in Italia sono stati denunciati circa 7.000 reati al giorno (Finizio, 2017).

Un dato in calo del 7,4% rispetto al 2015, che ha consolidato le flessioni già registrate nei due anni precedenti. Secondo quanto riportato dal Ministero dell’Interno (2017), il calo è proseguito anche nei primi sette mesi del 2017.

La diminuzione ha riguardato quasi tutte le tipologie di illeciti - furti, rapine, violenze - ad eccezione di truffe e frodi informatiche (+4,5% a livello nazionale) e dei casi di usura (+9%).

Oltre ad un calo nel numero di denunce, si osserva anche un calo generalizzato della gravità dei reati commessi (Dugato e Favarin 2016).

Nell’ambito dei reati a danno di esercizi commerciali, le rapine sono in diminuzione dal 2012, dopo aver fatto registrare un forte aumento nei primi anni della crisi economica.

Tale aumento è, in parte, dipeso da un cambio di strategia adottato dai rapinatori, come già segnalato dall’ultimo rapporto OSSIF (2016): la maggiore vulnerabilità dei negozi sarebbe corrisposta alla forte diminuzione di rapine ai danni degli sportelli bancari (-82% nel periodo 2007-2015), soprattutto a causa dell’aumento delle transazioni elettroniche (minor volume di contante in circolazione) e all’implementazione di nuove policy per la sicurezza nelle banche.

Le rapine in negozio hanno raggiunto un picco nel 2012, con 7.090 episodi denunciati a livello nazionale.

In seguito, il calo è stato costante su tutto il territorio nazionale che, ad eccezione del Nord-Est, ormai si attesta al di sotto dei livelli pre-crisi.

I furti in esercizi commerciali, invece, hanno mostrato una crescita meno marcata durante la crisi rispetto alle rapine, ma l’aumento è stato costante fino al 2014.

Negli ultimi due anni, invece, il trend si è allineato a quello delle altre tipologie di reato, facendo registrare un calo, seppur moderato (-4%), a livello nazionale.

 

Stagionalità

L’inverno è la stagione in cui si registrano le differenze inventariali maggiori, seguita da estate, primavera e autunno

I punti vendita sono esposti ad un maggior rischio di furti durante la stagione invernale per diverse ragioni. In primo luogo, le temperature più rigide permettono ai ladri di occultare i prodotti sotto i vestiti pesanti: giacche o giacconi possono anche essere foderati con uno strato di alluminio per eludere i sistemi antitaccheggio.

In secondo luogo, la diminuzione delle ore di luce può consentire ai ladri di allontanarsi più facilmente dopo il furto.

Infine, soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento, l’inverno è il periodo dell’anno in cui i prodotti venduti hanno un valore unitario più alto rispetto alle altre stagioni, aumentando l’appetibilità del furto.

 

Le festività natalizie risultano essere il periodo più problematico in assoluto, in quanto ai problemi sopra riportati si aggiunge il grande affollamento dei punti vendita, che complica le attività di prevenzione soprattutto per quanto riguarda il taccheggio, e, in alcuni settori, il maggiore turnover del personale.

Nel caso della GDO, le festività natalizie rappresentano un momento particolarmente problematico in relazione a prodotti quali panettoni, pandori e dolciumi in generale.

Molti security manager segnalano la particolare criticità dei periodi di uscita delle nuove collezioni, soprattutto rispetto ai furti ad opera di bande organizzate, attratte dalla maggior rivendibilità dei prodotti esposti.

In caso di furti massivi, la sottrazione di un’intera nuova linea di prodotto, o di una sua parte consistente, può comportare gravi danni economici e di immagine per l’azienda colpita.

Un esempio ricorrente nell’Abbigliamento è il furto dello stock di capi di una determinata taglia, particolarmente dannoso perché rende indisponibile il prodotto per un’intera fascia di clientela.

 

Differenze inventariali e settori merceologici

Sulla base dei dati raccolti attraverso il questionario (Metodo 1), le differenze inventariali maggiori si registrano nel settore dell’Abbigliamento – Fast fashion (in media 1,39% del fatturato), seguito da Grande Distribuzione Organizzata (supermercati, ipermercati, cash&carry) (1,31%), Calzature e accessori (1,13%) e retailer presso le Stazioni di servizio (1,10%).

Le differenze inventariali minori si riscontrano nei settori Fai da te (0,85%), Beauty&Cosmetics (0,82%), e Articoli sportivi (0,52%). Anche il lusso (0,52%), rappresentato solo nel campione del Metodo 2, mostra valori ridotti.

Si può notare che i settori coperti da entrambi i metodi di raccolta dati hanno valori in linea, fatta eccezione per l’intimo in cui le statistiche per punto vendita mostrano ammanchi sensibilmente maggiori.

 

Le differenze tra un settore merceologico e l’altro possono essere determinate da numerosi fattori. Ad esempio:

Tipo di prodotti venduti (prezzo, volume, rivendibilità della merce).

I settori caratterizzati da articoli più facili da nascondere, più difficili da proteggere (ad esempio con EAS tradizionali), più appetibili sul mercato e con un valore maggiore per cm/cubo sono a maggiore rischio furto.

I prodotti caratterizzati da un basso valore unitario, invece, possono essere più soggetti al furto occasionale. Come dimostrato da alcuni studi nel campo dell’economia comportamentale (Mazar, Amir, e Ariely 2008; Shalvi, Eldar, e Bereby-Meyer 2012), i furti di piccolo importo sono percepiti come meno gravi, e quindi più giustificabili, da chi li commette.

 

Tipologia di vendita (assistita o non assistita).

Il rischio di furti nei negozi in cui il personale assiste i clienti fin dal loro ingresso, come ad esempio nel Lusso o nel Beauty&Cosmetics, è inferiore rispetto ai punti vendita con una minore customer care. Da una parte, laddove il cliente è più seguito dal personale di vendita è anche più sorvegliato; dall’altra, una minore customer care può portare all’insoddisfazione del cliente inducendolo a compiere un furto “per frustrazione”.

 

Conversion rate clienti/visitatori.

Settori con una maggiore fidelizzazione della clientela, o con dei visitatori più "convinti" di entrare in un negozio ad acquistare, come ad esempio il Lusso, registrano perdite più ridotte. Questa ragione incide anche sulla maggiore vulnerabilità dei punti vendita nei centri commerciali rispetto a quelli in città, in genere più piccoli e con una clientela più fidelizzata.

 

Caratteristiche della clientela.

A seconda del settore cambia la tipologia di clientela in termini di prevalenza di donne o uomini, fascia d’età, nazionalità. Sulla base dei risultati dell’analisi dei fattori di contesto e degli autori dei furti (vedi sezioni 2.2, pag.27 e 3.1, pag.33), è presumibile che i prodotti più consumati dai giovani e legati a beni di prima necessità siano più vulnerabili. Questo aiuta a spiegare i valori di differenze inventariali più elevati, ad esempio, del Fast fashion, delle Calzature e della GDO.

 

Turnover e formazione del personale.

Nei settori con un maggiore turnover del personale, come nel Fast fashion e nella GDO, c’è un maggiore rischio perdite, sia da furti esterni che interni. Viceversa nei settori con un personale più fidelizzato, più coinvolto nella gestione dei negozi e sottoposto a maggiore formazione, si riduce la vulnerabilità e di conseguenza gli ammanchi.

 

Caratteristiche dei punti vendita.

Il livello di differenze inventariali dipende molto anche dalle caratteristiche strutturali dei punti vendita. Ad esempio, il rischio di subire un furto è maggiore nei negozi con più piani, caratterizzati da spazi più ampi, meno controllabili, con più “punti ciechi” e più vie di fuga (es. uscite di sicurezza).

 

Sistemi di sicurezza.

Infine, il valore degli ammanchi è funzione delle misure di sicurezza adottate e adottabili. Ad esempio, in alcuni settori come l’Intimo e le Calzature, è più difficile utilizzare placche antitaccheggio tradizionali visto il tipo prevalente di merce venduta. Anche nella GDO alcuni prodotti sono molto difficili da proteggere se non esponendoli vicino alle casse o in scaffali chiusi/vetrine.

 

Trend per settore merceologico

Sebbene le differenze inventariali siano generalmente in diminuzione nel periodo 2014-2016, esistono differenze tra un settore merceologico e l’altro .

Per alcuni settori (Abbigliamento – Fast fashion, Abbigliamento – Intimo, Articoli sportivi) il trend è in prevalenza decrescente, per altri (Abbigliamento – Luxury, Calzature e accessori) è in aumento. Per i retailer delle stazioni di servizio non ci sono variazioni, mentre nella GDO e nel Beauty&Cosmetics alcuni esercenti hanno indicato una crescita, altri una situazione immutata e altri un trend decrescente.

 

Differenze inventariali e aree geografiche

Il nuovo approccio metodologico basato sull’analisi dei dati per singolo punto vendita (Metodo 2) ha permesso di effettuare, per la prima volta in Italia, anche uno studio per area geografica.

 

Macroregioni.

I valori maggiori di differenze inventariali si registrano al Sud, a seguire Nord-Est e Centro. I valori più bassi si riscontrano invece in Sardegna e Sicilia.

 

Regioni

Tra le regioni che registrano dei valori di differenze inventariali superiori alla media nazionale (1,12%) la Campania è la regione con il valore più alto (1,38%), seguita da Puglia (1,37%), Emilia Romagna (1,32%) e Calabria (1,24%). I valori più bassi si riscontrano in Sicilia (0,98%), Trentino Alto Adige (0,87%), Valle d’Aosta (0,78%) e Sardegna (0,45%).

 

Province

La provincia con il valore più alto di differenze inventariali è Agrigento (2,84%), seguita da Parma (2,43%), Como (2,33%), Siena (1,86%) e Brindisi (1,80%).

Tutte queste province presentano dei valori significativamente maggiori rispetto alla media nazionale (1,12%).

Appare subito evidente che le differenze inventariali tendono a essere superiori nelle province periferiche e meno popolate e inferiori nelle realtà metropolitane più grandi.

Delle quattro maggiori aree urbane italiane, solo Napoli (1,47%) registra valori di differenze inventariali superiori alla media nazionale, mentre Roma (1,10%), Milano (1,13%) e Torino (0,95%) sono in linea o inferiori.

La mappa mostra anche alcune concentrazioni territoriali con valori elevati. In genere, si tratta di zone interregionali di ampio passaggio e attraversate da importanti vie stradali e autostradali.

Se ne possono distinguere in particolare cinque, elencate di seguito con nomi di fantasia:

Il cluster Via padana: si tratta dell’area compresa tra la SS Padana Inferiore, la via Emilia e la SS della Cisa, e attraversata dall’Autostrada del Sole. Comprende le province di La Spezia, Genova, Alessandria, Pavia, Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna.

Il cluster Maremma toscana: area comprendente le province toscane di Pisa, Siena, Grosseto e, in misura leggermente inferiore, Livorno.

Il cluster Vesuvio-Sila: area che comprende le province di Napoli, Salerno e Cosenza, e attraversata dalla A2 – Autostrada del Mediterraneo (ex A3 - Salerno-Reggio Calabria).

Il cluster Bassa Puglia: area che comprende le province di Bari e Brindisi, e attraversata dalla A14 – Autostrada Adriatica.

Il cluster Sicilia coast-to-coast: area che comprende la fascia settentrionale della Sicilia (Messina a Palermo) e la provincia di Agrigento.

 

Differenze inventariali e fattori di contesto

Oltre a fornire un’analisi della distribuzione geografica tra regioni, province e comuni, è utile studiare come le differenze inventariali si rapportino rispetto ad alcuni fattori di contesto di tipo socio-demografico, economico e criminale.

Questa analisi permette di capire, ad esempio, se è vero, come sembra emergere dalla mappa, che aree più periferiche e meno legate ai grandi centri urbani siano più vulnerabili ai furti e alle perdite nel settore retail. Mostra la correlazione tra il valore delle differenze inventariali dei punti vendita (espresse come % sul fatturato) e alcune variabili di contesto dei comuni in cui i negozi sono situati.

Si può ipotizzare che in aree con maggiori difficoltà socio-economiche, e un maggior tasso di popolazione giovanile, ci sia una maggiore propensione a commettere furti per necessità, furti occasionali, o ad entrare a far parte di una banda organizzata.

Inoltre, si osserva che le differenze inventariali tendono a essere maggiori nei punti vendita all’interno dei centri commerciali. Non è invece significativa la relazione con furti, rapine, omicidi e altre misure di criminalità, né con il tasso di stranieri residenti.

 

Differenze inventariali e centri commerciali

Grazie ai dati a livello puntuale è possibile analizzare come cambiano le differenze inventariali a seconda del tipo di localizzazione del punto vendita.

Le differenze inventariali sono maggiori in punti vendita situati nei comuni più piccoli e meno densamente popolati. Ciò potrebbe anche essere una diretta conseguenza di quanto riportato da molti security manager, che dichiarano di allocare un budget minore per prevenzione e sicurezza nei punti vendita più piccoli e meno rilevanti a livello di fatturato, quindi in corrispondenza dei piccoli centri urbani.

Livelli maggiori di differenze inventariali si rilevano in comuni con PIL pro capite inferiore e maggiore tasso di disoccupazione. Inoltre, le zone più critiche sono anche quelle con un’incidenza più alta di giovani tra 11 e 20 anni tra la popolazione residente.

Gli ammanchi sono maggiori nei negozi situati all’interno dei centri commerciali (1,16%) rispetto a quelli localizzati in città (1,06%), anche se sarebbe necessario considerare un campione più ampio per confermare questo pattern da un punto di vista statistico.

Le ragioni di tale differenza sono legate ad alcune caratteristiche dei centri commerciali, come ad esempio:

-        Il maggiore affollamento;

-        Il minore conversion rate clienti/visitatori;

-        La sorveglianza più complessa.

È possibile anche stilare una lista dei centri commerciali per differenze inventariali, a partire dai PV inclusi nel campione del Metodo 2.

I dati coprono 50 centri commerciali su un totale di più di 1.000. È stata calcolata la media degli ammanchi di tutti i PV presenti in ogni centro, considerando solo quelli con almeno 2 negozi con dati disponibili.

La Figura 18 mostra i 10 centri commerciali con i valori maggiori e i 10 con i valori minori di differenze inventariali.

I risultati della correlazione bivariata tra differenze inventariali e caratteristiche del centro commerciale mostrano che le strutture più piccole in termini di superficie e con un numero minore di visitatori sono più esposte al fenomeno degli ammanchi.

Secondo i security manager partecipanti allo studio, questo potrebbe essere dovuto a minori investimenti in misure di prevenzione e sicurezza all’interno dei centri più piccoli rispetto alle strutture più grandi e, quindi, più rilevanti in termini di fatturato.

 

Modi operandi e prodotti piú rubati

Cause e modi operandi

Quasi tutte le aziende partecipanti allo studio concordano che la causa principale delle differenze inventariali è rappresentata dai furti esterni, seguiti dai furti interni ad opera di dipendenti e dai furti compiuti dai fornitori o lungo la catena logistica.

La causa meno rilevante è rappresentata dagli errori amministrativi/contabili.

Vi sono tuttavia delle eccezioni.

Per alcuni retailer del settore Abbigliamento – Luxury la causa preponderante delle differenze inventariali è rappresentata dai furti commessi dai dipendenti. I negozi di questi retailer sono spesso caratterizzati dalla vendita assistita, da una forte attenzione posta al cliente sin dal momento in cui entra nel punto vendita e da un maggiore conversion rate.

Pertanto, i furti esterni, intesi come taccheggi, sono altamente rischiosi e difficili da realizzare.

Questo potrebbe spiegare il peso relativamente più elevato dei furti interni. Alcune aziende della GDO dichiarano che gli errori amministrativi/contabili impattano maggiormente sulle differenze inventariali rispetto ai furti dei fornitori/produttori.

La ragione potrebbe essere la maggiore complessità nella gestione del magazzino che necessita di essere rifornito quotidianamente con prodotti freschi, comportando una più alta probabilità di errori gestionali.

 

I rischi della supply-chain

Dalla testimonianza di un security manager del Laboratorio per la Sicurezza, è emerso un caso particolare di furto commesso lungo la catena logistica, in particolare dai trasportatori.

I fornitori coinvolti nel trasporto della merce forzavano il nastro antimanomissione utilizzato per chiudere i colli contenenti la merce da destinare al magazzino o al punto vendita. Una volta rimossi i prodotti più costosi, dividevano i prodotti di minor valore tra tutti i colli, in modo da renderne omogeneo il peso.

Infine richiudevano i colli riutilizzando lo stesso nastro antimanomissione. Questo rendeva molto difficile accorgersi del furto se non in fase di inventario.

I furti ad opera dei trasportatori sono un problema particolarmente rilevante, soprattutto per i retailer che spostano prodotti con un alto valore per unità di volume (es. elettronica, medicinali, abbigliamento di alta gamma, pelletteria). Come già evidenziato dal TAPA, l’Italia è uno dei paesi europei con la filiera logistica più vulnerabile al crimine predatorio, soprattutto in alcune regioni e comparti.

A questo va aggiunto che il settore dei trasporti in Italia è uno dei più critici per quanto riguarda l’infiltrazione della criminalità organizzata, di tipo mafioso e non (Riccardi, Soriani, e Giampietri 2016).

Sono numerosi i casi di aziende di trasporti, collegate alla criminalità, coinvolte direttamente nel furto di merce e nel traffico di beni di origine illecita (es. droga, armi, prodotti contraffatti o rubati).

Oltre ai furti, i rischi di intrattenere rapporti commerciali con aziende legate alla criminalità organizzata sono molteplici: rischio di riciclaggio, rischio di credito, rischio reputazionale, rischio di compromettere la business continuity (Garofalo 2016).

Le imprese infiltrate, però, presentano spesso caratteristiche ricorrenti, in termine di provenienza geografica, struttura proprietaria e anomalie nelle voci di bilancio.

Esistono degli strumenti e indicatori, che combinano tra gli altri dati finanziari, geografici e di ownership, che permettono di monitorare in maniera sistematica la propria supply-chain identificando i fornitori più a rischio e di prevenire, in questo modo, il rischio infiltrazione (Crime&tech 2017).

 

Furti esterni

Il taccheggio/furto con destrezza è la modalità di furto esterno più rilevante per quasi tutte le aziende partecipanti allo studio, sia in termini di eventi subiti che di incidenza sul valore economico delle differenze inventariali.

Seguono furto con scasso e rapina.

Secondo i dati raccolti tramite il questionario, la maggior parte dei furti esterni avviene dal lunedì al venerdì.

Tuttavia, alcune aziende registrano taccheggi e furti con scasso anche durante il fine settimana. La maggior parte delle rapine avviene poco prima dell’orario di chiusura dei negozi, ovvero a fine giornata quando il denaro in cassa è maggiore e il presidio all’interno del punto vendita può essere ridotto.

Per alcuni retailer specializzati in Abbigliamento – Luxury, Beauty&Cosmetics, Fai da te e GDO i furti con scasso impattano maggiormente sul valore economico delle differenze inventariali rispetto ai taccheggi.

Si tratta di aziende che vendono ingenti quantità di merce e prodotti con un alto valore per unità di volume. Pertanto, subire un furto con scasso (soprattutto intrusioni notturne ad opera di bande organizzate) determina una perdita significativa in termini di valore della merce sottratta.

 

Furti esterni: eccezioni

Nel settore Calzature e accessori si registra un maggior numero di rapine rispetto ai furti con scasso. Spesso si tratta di casi di rapine improprie, ovvero quando il ladro viene fermato e reagisce con degli atti violenti nei confronti del personale del negozio

I furti esterni possono essere commessi da singole persone che realizzano piccoli furti occasionali nel momento in cui si presenta un’opportunità all’interno del punto vendita o da bande criminali organizzate.

Tutte le aziende coinvolte nello studio hanno evidenziato che i furti commessi da singole persone rappresentano la maggior parte degli eventi subiti mentre i furti commessi da bande organizzate impattano di più sulle differenze inventariali a causa del valore elevato della merce sottratta.

Le aziende intervistate hanno sottolineato una diminuzione dei furti di tipo occasionale ma un incremento di altre modalità criminali più qualificate.

Tra queste, le micro-bande organizzate (composte da due o al massimo tre individui), le rapine improprie e le intrusioni notturne.

È possibile che alla diminuzione dei furti occasionali abbiano contribuito anche le misure di sicurezza implementate all’interno dei punti vendita che, tuttavia, sembrano essere meno efficaci nel contrastare modalità di furto più organizzate.

 

Taccheggi e borse schermate

Sulla base delle interviste effettuate con i security manager coinvolti nello studio, una modalità di furto particolarmente rilevante, soprattutto nella GDO e nell’Abbigliamento, risulta essere quella dell’occultamento dei prodotti in borse schermate con un doppio fondo metallico. I rivestimenti, realizzati di solito artigianalmente con fogli di alluminio, cellophane da imballaggio e nastro adesivo, consentono di evitare che entrino in funzione i sensori delle barriere antitaccheggio, soprattutto quelli tradizionali. Oltre alle borse, la schermatura metallica viene utilizzata per zaini, vestiti, e in alcuni casi anche nei passeggini.

In risposta all’aumento di questa modalità di furto, un numero crescente di retailer adotta tecnologie EAS destinate appositamente alla rilevazione di contenitori rivestiti di fogli di alluminio quando questi vengono introdotti nel negozio.

 

furti organizzati. tra micro-bande e gang criminali

L’incremento dei furti organizzati ha una duplice matrice: da un lato, si registra un aumento delle cosiddette micro-bande, i.e. coppie o gruppi di al massimo tre persone con un minimo livello di pianificazione. Dall’altro, l’attività di gruppi criminali specializzati in crimine predatorio, con alti livelli di organizzazione e capaci di atti violenti e significativi in termini di costi per le aziende del retail.

Nel primo caso, un security manager del Beauty&Cosmetics ha segnalato un profilo ricorrente di microbanda. I protagonisti sono solitamente una coppia di individui ben vestiti che possono sembrare marito e moglie, affiancati da una terza persona.

La coppia fa ingresso nel punto vendita poco prima dell’orario di chiusura, quando la copertura di staff è ridotta, si dirige verso l'unica commessa presente nel punto vendita e chiede maggiori informazioni su alcuni prodotti di cosmetica. Poco dopo entra in negozio un ragazzo ben vestito e con una borsa voluminosa. Questa persona non viene notata dalla commessa perché distratta dalla coppia.

Il ragazzo, dopo essersi assicurato di non avere attirato l’attenzione su di sé, nasconde quantità ingenti di profumi (anche più di 50) nella borsa schermata ed esce dal negozio eludendo le barriere antitaccheggio.

Nel secondo caso è paradigmatico quanto successo nella notte dell’8 agosto 2017 presso un centro commerciale in provincia di Reggio Emilia, quando una banda di ladri ha messo a segno un furto di telefoni cellulari in un punto vendita di prodotti di elettronica con un piano d’azione studiato nei minimi particolari. I ladri hanno sfondato la porta del negozio con un’auto rubata, facendo scattare l’allarme. L’intervento delle Forze dell’Ordine è stato ritardato dai rapinatori bloccando tutte le strade di accesso al centro commerciale con due furgoni e un SUV rubati e parcheggiati di traverso. Dopo aver sottratto i telefonini esposti in vetrina, i ladri si sono allontanati per una strada secondaria, facendo perdere le proprie tracce (Il Resto del Carlino 2017).

 

Guardando alle caratteristiche dei soggetti coinvolti, la maggior parte dei furti esterni è commessa da due profili diversi:

Uomini di età compresa nelle fasce 18-25 e 26-40 anni, soprattutto nei punti vendita di retailer del Fai da te, Stazioni di servizio e specializzati nella vendita di Articoli sportivi e Abbigliamento di lusso;

Donne tra 26 e 40 anni, nei negozi delle aziende appartenenti ai settori Beauty&Cosmetics, Calzature e accessori e nell’Abbigliamento in generale.

Sono delle eccezioni alcune aziende della GDO, dove prevalgono gli uomini tra 35 e 45 anni e alcuni retailer dell’Abbigliamento – Fast fashion che registrano soprattutto giovani donne tra 18 e 25 anni.

 

Furti nel retail e stranieri

Secondo le statistiche della criminalità elaborate annualmente dal Ministero dell’Interno, l'incidenza delle denunce contro stranieri presenta notevoli variazioni a livello territoriale. I valori più alti si registrano al Nord (42%) e al Centro (39%), mentre al Sud e nelle Isole si osservano valori molto più bassi (15%).

Per quanto riguarda i reati ai danni degli esercizi commerciali denunciati, circa il 60% dei furti e il 40% delle rapine è commesso da stranieri. Secondo i dati del Ministero riguardanti i reati appropriativi, i principali paesi di provenienza sono Albania, Croazia, Montenegro, Romania e Serbia.

Anche molti dei security manager intervistati hanno dichiarato una prevalenza di soggetti stranieri dell’Europa dell’est e dei Paesi balcanici.

 

Furti interni

Il furto della merce ad opera dei dipendenti è la modalità di furto interno più rilevante per tutte le aziende partecipanti allo studio, sia per numero di eventi sia per incidenza sul valore economico delle differenze inventariali. Seguono appropriazione indebita di denaro dalla cassa, annullamento totale o parziale degli scontrini e reso merce fraudolento.

 

Furti interni: eccezioni

Nell’Abbigliamento – Fast fashion e per i retailer specializzati in Fai da te e Calzature e accessori la seconda modalità di furto interno più frequente è il reso merce fraudolento, seguita da annullamento totale o parziale degli scontrini e appropriazione indebita dalla cassa;

Per i retailer specializzati in Abbigliamento – Intimo il problema principale è determinato dall’appropriazione indebita di denaro dalla cassa seguita dall’annullamento totale o parziale degli scontrini.

 

I prodotti più rubati

Chi commette i furti (sia esterni che interni) tende a privilegiare prodotti di piccole dimensioni, con un elevato valore per centimetro/cubo, che abbiano taglia unica e una notevole popolarità tra i consumatori.

Le Figure 23 e 24 mostrano, per ogni settore merceologico coperto dallo studio, le prime cinque categorie di prodotti più rubati per numero di pezzi e incidenza sul valore economico delle differenze inventariali.

 

Hot products

Ci sono alcuni prodotti che, per le loro caratteristiche, sono più esposti al rischio di furto. La letteratura criminologica li definisce hot products (Clarke 1999; Clarke e Eck 2003) e ha coniato un acronimo in inglese (CRAVED) per sintetizzare le loro caratteristiche principali:

Occultabili (Concealable). I prodotti che si possono nascondere in tasca o in borsa sono più a rischio furto. Anche gli oggetti difficili da identificare o che possono essere nascosti con facilità dopo un furto sono più a rischio.

Rimovibili (Removable). Privilegiati anche quei prodotti che si possono spostare e sono più facili da trasportare.

Disponibili (Available). Gli oggetti ampiamente disponibili e facili da trovare hanno un rischio più alto di essere rubati. Le ondate di furto possono nascere dalla disponibilità sul mercato di un nuovo prodotto trendy (ad esempio un nuovo smartphone o l’articolo di una nuova collezione) che crea velocemente il proprio mercato illegale.

Di valore (Valuable). I prodotti più costosi, e con un più alto rapporto valore economico per centimetro cubo, sono più appetibili, soprattutto quando il furto è commesso per rivendere la merce.

Divertenti (Enjoyable). Gli hot products tendono a essere oggetti divertenti da possedere o da consumare (ad esempio liquori, tabacchi, dvd, ecc.). Capi alla moda come l’ultimo modello di sneakers o di jeans firmati sono molto più esposti al rischio di essere rubati rispetto a scarpe normali o pannolini.

Commerciabili (Disposable). I prodotti con una elevata domanda sul mercato illegale sono più facili da rivendere e quindi più appetibili dai ladri.

 

Il sistema di contrasto e prevenzione

Quanto sono in grado le aziende del retail in Italia di contrastare e prevenire i furti e le perdite? Come cambia l’efficacia del sistema di contrasto tra aree geografiche diverse? E tra negozi in città e centri commerciali? Quali sono le misure di sicurezza, tecnologiche e organizzative più utilizzate? E a quanto ammonta la spesa in sicurezza?

Questa sezione cerca di rispondere a queste domande.

Innanzitutto attraverso un’analisi dei dati sui furti sventati, e poi con un esame dei sistemi di sicurezza più adottati dai retailer italiani.

 

I furti sventati

Il dato sui furti sventati nei punti vendita può essere interpretato come una proxy dell’efficacia delle misure di sicurezza e prevenzione adottate nei negozi. Sulla base dei dati raccolti a livello puntuale, nel 2016 in media sono stati sventati 83 furti per singolo punto vendita.

 

Furti sventati per area geografica

In media il maggior numero di furti sventati si registra nei punti vendita del Nord-Ovest. Al secondo posto troviamo i punti vendita del Sud Italia, seguiti da quelli del Centro e delle Isole. Il Nord-Est sembra essere la macroregione con la media più bassa registrata. La Lombardia è la regione con la media più alta di furti sventati (134), seguita da Campania (115), Lazio (92) e Calabria (82) (Figura 26, pag. 41).

Le regioni con valori più elevati coincidono con le regioni caratterizzate da alti livelli di criminalità appropriativa, secondo le statistiche della criminalità elaborate del Ministero dell’Interno. Solo le prime tre regioni presentano dei valori superiori alla media nazionale (83) dimostrando che, contrariamente alle differenze inventariali, i furti sventati sembrano essere più concentrati sul territorio. I valori più bassi si riscontrano nelle Marche (42), in Veneto (41), Umbria (41) e Friuli Venezia Giulia (39).

 

La provincia con la media più alta di furti sventati è Milano (183), seguita da Messina (181), Monza e della Brianza (148), Napoli (133) e Firenze (118) (Figura 27).

Tutte queste province presentano dei valori significativamente maggiori della media nazionale (83). Si osservano valori elevati anche nelle province di Roma e Torino. Sembra perciò che i furti sventati tendano a essere maggiori nelle principali aree metropolitane italiane, che sono sia quelle con un volume maggiore di visitatori e di fatturato nel retail, sia quelle con maggiori tassi di criminalità appropriativa (furti, reati contro le abitazioni, rapine contro le imprese commerciali e dei trasporti, borseggi).

È bene sottolineare che questi risultati devono essere interpretati con cautela. Infatti, essendo il dato sui furti sventati espresso in valore assoluto, un valore più alto potrebbe dipendere da un maggior flusso di visitatori e/o tentativi di furto e non da una maggiore efficacia dei sistemi di sicurezza presenti all’interno del punto vendita.

 

Furti sventati e fattori di contesto

I fattori di contesto testati in relazione ai furti sventati sono i medesimi già analizzati per le differenze inventariali. Si tratta di variabili legate alle caratteristiche socio-demografiche del comune, ai reati denunciati e alle caratteristiche del punto vendita.

I risultati mostrano che i furti sventati sono più numerosi nei comuni più

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