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La definizione di danneggiamento

Il danneggiamento si può definire come quel fatto costituente reato che cagiona un danno ad una cosa (materiale o immateriale) determinandone una modificazione nella struttura, nella funzione o in entrambe.

La definizione di danneggiamento


1. Premessa di carattere generale e ratio delle incriminazioni

La normativa in tema di danneggiamento contempla anzitutto l’ipotesi generale di cui all’art. 635 c.p. “Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con violenza alla persona o con minaccia”.

Ad essa si affiancano numerose forme alternative ed ipotesi speciali; non solo gli articoli seguenti, il legislatore ha eletto talvolta a fattispecie autonoma una condotta di danneggiamento, talaltra ha posto questa modalità a margine di nuclei concettuali più o meno complessi.

Vi sono persino casi in cui si prevede un’anticipazione dell’intervento penale a fatti prodromici rispetto al danno, rispetto ai quali ricorre il medesimo lessico.

Danneggiamento è anzitutto il reato previsto e punito dell’art. 635 c.p., al quale occorre guardare come ipotesi base (o ipotesi generale) sulla quale innestare numerose specificità.

Va detto che la consuetudine vuole che si ascrivano al tema del danneggiamento anzitutto gli artt. 635, 635 bis, 635 ter, 635 quater e 635 quinquies c.p., rispetto ai quali è di piana evidenza una profonda similitudine lessicale e strutturale. Le disposizioni che propongono affinità semantiche e concettuali sono sparse nella legislazione complementare, pur ricorrendo in modo prevalente nel codice penale.

La normativa di riferimento è sicuramente corposa – verrebbe da dire sconfinata – e connotata da una parcellizzazione dell’incriminazione nient’affatto ignota al legislatore penale, eppure straordinariamente significativa in questa materia.

Resta all’interprete l’onere di recuperare le cifre comuni di questo ampio panorama normativo, per (cercare di) comporre un microsistema rispondente ad una logica interna.

Aggiungiamo pure che il danno è nel lessico del legislatore penale ad individuare una determinata tipologia di eventi; l’ampiezza della materia è davvero notevole.

La ratio delle incriminazioni si può cogliere, senza pretese di assolutezza, nello stereotipo di riferimento, ovvero un contegno violento del quale dà pienamente (e pianamente) atto la sistematica codicistica: l’art. 635 è tra i delitti contro il patrimonio mediante violenza alle cose o alle persone.

Il danneggiamento è sicuramente tra i tipi del diritto penale: reato di evento, dalla causalità naturalistica più che evidente (salvo casi eccezionali), utile anche a distinguere con estrema chiarezza l’oggetto (materiale) della condotta dall’oggetto (giuridico) del reato.

Al di là di queste annotazioni categoriali, il fatto di danneggiamento evoca nella mentalità comune un modello sicuramente bisognoso dell’intervento penale.

Non è ammissibile una società in cui si possa procurar danno alle cose e alle persone; questo fatto intacca le basi della convivenza civile, giustificandone l’appartenenza al genere dei reati. Il disvalore specifico del modello empirico criminologico di riferimento.

Nelle forme della giustizia riparativa si conoscono forme davvero efficaci di “rimedio” a fatti di danneggiamento – corrobora le direttrici della materia, in uno all’evidenza che nelle partizioni relative all’offensività questo reato incarna l’archetipo del reato con offesa attuale.


2. Depenalizzazione e nuovo modello di danneggiamento

Il noto ultimo provvedimento sulla depenalizzazione (D.Lgs. n.7/2016) ha parzialmente mutato il volto di questo delitto – sono appunto decisive sia la depenalizzazione del danneggiamento semplice sia l’introduzione della contestuale “violenza alla persona o minaccia” – senza però privarlo di un ruolo primario nella dogmatica penalistica e senza elidere l’importanza tradizionalmente attribuitagli (e giustamente) nel catalogo delle fattispecie penali.

Le considerazioni necessitate dalle nuove formule legislative – gli articoli del nucleo tradizionale sono stati riformati in occasione della citata legge del 2016 – spaziano da una rivisitazione dei profili di offensività, alla rilevanza di vittima e persona offesa, conseguentemente all’individuazione della parte civile, per arrivare, in una posizione fondamentale quanto agli explicit giurisprudenziali, alla vicenda di successione temporale tra la disciplina ante legge del 2016 e la disciplina attuale.

Va subito chiarito che gli illeciti civili depenalizzati (prima rilevanti a titolo di danneggiamento in sede penale) sono oggi sottoposti alla sanzione pecuniaria civile da cento a ottomila euro. Su questa previsione si innesta – non potrebbe essere diversamente – il presidio prettamente civilistico della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c.

Sul confine tra tutela civile e tutela penale, la Cassazione (con sentenza n. 20206 del 27 aprile 2016) ha statuito l’inammissibilità, per sopravvenuta carenza di interesse, del ricorso per cassazione proposto dalla parte civile avverso una sentenza di assoluzione dal reato di danneggiamento “semplice”, trasformato dal d.lgs. 16 gennaio 2016, n. 7 in illecito civile.

L’orientamento non è uniforme e bisogna pertanto dell’intervento delle Sezioni Unite.

In sede penale, il nuovo volto del danneggiamento recepisce anzitutto la collocazione degli articoli (in misura prevalente) tra i reati connotati da violenza a persone o cose, palesando – le persone non sono mai patrimonio – un evidente superamento della dimensione prettamente patrimoniale che tradizione vuole riconosciuta ai fatti di danneggiamento.

In più, l’articolazione della tutela penale in questa materia (con la previsione di modelli variegati, tutti connotati dal medesimo nomen iuris) è particolare anche per la compresenza di ipotesi del tutto causalmente orientate, ipotesi a modalità di condotta tipizzata, ipotesi in qualche modo “ibride” (tipicamente, quelle costruite sul modello del reato aggravato dall’evento).

All’interprete la difficile opzione di restare legato alla sistematica e classificazione del codice oppure assegnare rilievo anche alle modalità di aggressione del bene tutelato, secondo una logica probabilmente non “aristotelica” ma sicuramente diffusa e non sempre irragionevole.

La ricerca di profili di offensività che vadano oltre il più scontato patrimonio non è pura speculazione teorica.

Del resto, quando il legislatore rapporta il profilo del danno ad altre direttrici dell’offensività lo fa in modo più che evidente, come per la truffa o la concussione (restando ad esempi particolarmente emblematici), riscontrando una fenomenologia che non sempre si esaurisce sul piano patrimoniale, ferme restando possibili interferenze tra norme incriminatrici, risolvibili come concorso apparente di norme o come concorso formale di reati, qualora la convergenza non possa essere risolta in favore dell’applicazione di una sola norma.

 

3. Oggetto di tutela e oggetto materiale della condotta

Nella sistematica del Codice penale, come si diceva, il danneggiamento nel suo modello generale (art. 635 c.p.) è reato contro il patrimonio mediante violenza alle cose o alle persone. In linea di principio, dunque, non è in dubbio che questo reato intacchi il bene patrimoniale, ma sulla stessa linea assiologica si pone il dato delle modalità di offesa.

Di certo, non si fatica a percepire nella violenza un impatto nocivo per l’oggetto di tutela, che non riceve un’offesa astratta e/o potenziale, ma concreta e attuale. In ogni caso, i fatti puniti a titolo di danneggiamento sono in parte diversi dal modello base, riguardando spesso situazioni nelle quali è possibile riscontrare un presidio penalistico anche per altri beni.

Anche il modello generale richiamato, peraltro, non vive di un orientamento esclusivo sul bene patrimonio, sol che si consideri la possibile destinazione della violenza su una persona, anziché su una cosa.

Del resto, andando a perlustrare con dettaglio le numerosissime ipotesi di danneggiamento, aggiornando opportunamente il catalogo dei beni giuridici in concomitanza con l’evoluzione culturale della società, si scorge (e si impone) una consistenza variegate dei reati, che incidono, parimenti, su una variegata tipologia di beni.

Il codice del ’30, significativamente, non aveva verso gli animali una sensibilità in qualche modo prossima a quella attuale, e dunque non ne coglieva realmente il valore aggiunto rispetto a una fonte di reddito o comunque ad uno strumento di lavoro (il maltrattamento degli animali, riformato in modo significativo, corrobora quanto segnalato).

In giurisprudenza si riscontra ampiamente la consistenza complessa dell’oggetto di tutela: “La forzatura di una serratura costituisce danneggiamento essendo di natura irreversibile - sebbene sia possibile un intervento ripristinatorio ad opera dell'uomo - e consistendo in una modificazione funzionale e strutturale della cosa che non può definirsi irrilevante neppure sotto il profilo economico” (Cassazione penale sez. II 23 ottobre 2014 n. 47705).

Questi reati agevolano lo studio della struttura della fattispecie penale in quanto consentono di differenziare in modo particolarmente chiaro l’oggetto di tutela dall’oggetto della condotta.

Si tratta di una distinzione molto importante, atteso che solo per il primo si può adoperare il complesso degli strumenti normativi e concettuali relativi all’offensività.

Così, in concreto ed emblematicamente, il pregiudizio patrimoniale incide sull’accertamento dell’aspetto soggettivo del reato per quel che concerne la consapevolezza e la volontà dell’offesa, ovvero per quel che concerne la connotazione dell’evento cagionato con colpa.

Per converso, la nota previsione della non punibilità per inesistenza dell’oggetto materiale della condotta (art. 49, co. 2, c.p.), per la quale si usa l’esempio dell’omicidio di un cadavere, si presta ad applicazioni in campo di danneggiamento tutte le volte in cui l’oggetto materiale della condotta sia soltanto apparentemente corrispondente alla cosa altrui (non differentemente dagli altri innumerevoli possibili oggetti del danneggiamento) mancando dei requisiti sostanziali.

Si rileva in giurisprudenza che “Integra il reato di danneggiamento non solo il pregiudizio alla funzionalità del bene, ma anche quello inferto alla sua dimensione strutturale. (Fattispecie relativa alla introflessione di una porta in metallo ed alla rottura di una piastrella)” Cassazione penale sez. V 19 giugno 2014 n. 41052; Cassazione penale 21 maggio 2014 n. 38574)

 

4. Soggetto attivo, soggetto passivo, persona offesa

L’ipotesi base di danneggiamento non è a soggettività ristretta, mentre la specificità di singole fattispecie deriva spesso da particolari qualità/qualifiche soggettive rivestite necessariamente dall’autore della condotta.

Nell’incriminare il danneggiamento il legislatore ha scelto prevalentemente lo schema del reato comune: ne risponde chiunque; la presenza di ipotesi circostanziali che danno rilievo a determinate posizioni soggettive non elide il dato generale relativo alla fattispecie base, che è costruita per avere la massima diffusione.

Non mancano eccezioni di facile comprensione, come, emblematicamente, il componente dell'equipaggio della nave, del galleggiante o dell'aeromobile, che è l’unico soggetto a rispondere del reato di danneggiamento del carico o di attrezzi di bordo (art. 1142 codice della navigazione).


Talvolta la qualità del soggetto è motivo di un differente carico sanzionatorio:

- equipaggio e comandante sono soggetti ad aggravamenti di pena progressivamente maggiori nel caso di danneggiamento ex art. 1141 codice della navigazione;

- anche l’operatore del sistema incontra un appesantimento del carico sanzionatorio qualora commetta il fatto previsto e punito dall’art. 635 quater c.p. (Danneggiamento di sistemi informatici o telematici, sempre che si avvalga, abusandone, della propria qualifica), idem per l’art. 635 quinquies c.p. (Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità).

Talvolta, ancora, la legge prevede un alleggerimento del carico sanzionatorio in presenza di alcune qualità soggettive: il proprietario che distrugga la cosa sottoposta a sequestro vede alleggerirsi la pena nei suo confronti se ne ha la custodia, e ancor più se non ha la custodia (art. 334, commi 2 e 3, c.p.).

Va detto che la soggettività ampia dal lato del reo corrisponde ad una soggettività ancor più ampia dal lato dei titolari di diritti ed interessi relativi alla cosa danneggiata (parti civili nel processo). Il danneggiamento, infatti, si affranca spesso da un modello per così dire interpersonale (o privato) per attingere una dimensione pubblica talvolta soverchiante.

In tal senso, già nell’art. 635 co. 1 c.p. si prevede un contesto pubblico; il co. 2 è imperniato sulla specialità dettata da una connotazione pubblica degli oggetti materiali della condotta;

L’art. 635 ter c.p. menziona già nell’intitolazione una tutela dello Stato, di altro ente pubblic, e dell’utilità pubblica; dato, quello della pubblica utilità, che assurge a requisito essenziale della fattispecie nel successivo art. 635 quinquies c.p.

Questa visione d’insieme non è intaccata dalla perseguibilità a querela di cui all’art. 635-bis c.p. (tema peraltro oggetto di interessanti riflessioni e spunti critici).

Nei repertori di giurisprudenza, del resto, si coglie con chiarezza quanto spesso il danneggiamento abbia una proiezione pubblica, emblematicamente nelle sentenze in materia di cose esposte a pubblica fede.

Così: “Posto che l'esposizione di una cosa alla pubblica fede comporta che essa si trovi fuori dalla sfera di diretta vigilanza e quindi, affidata interamente all'altrui senso di onestà e rispetto per necessità, consuetudine o destinazione naturale, deve escludersi l'aggravante de quo nel caso di danneggiamento della saracinesca di un magazzino” (Cassazione penale sez. II 17 febbraio 2017 n. 26858);

“Non integra l'ipotesi di danneggiamento aggravato, ai sensi dell'art. 635 n. 3 cod. pen. in relazione all'art. 625 n. 7 cod. pen. (fatto commesso su cose esposte alla pubblica fede), la forzatura della porta di ingresso di un'abitazione, posta all'interno di un condominio” (Cassazione penale sez. II 11 ottobre 2016 n. 44953);

“Integra l'ipotesi di danneggiamento aggravato, ai sensi dell'art. 635, comma secondo, n. 3, in relazione all'art. 625 n. 7 cod. pen. (fatto commesso su cose esposte alla pubblica fede), l'effrazione di una vetrina di un locale pubblico affacciata sul marciapiede, in quanto essa non può ritenersi affidata alla custodia diretta e continua del proprietario, che, trovandosi all'interno dell'esercizio impegnato con la clientela, non ha la possibilità di evitare eventi dannosi, neanche usando tutti gli accorgimenti e la diligenza del caso” (Cassazione penale sez. VI 17 marzo 2015 n. 23282).

Anche a livello normativo i riscontri di dettaglio sono davvero diffusi: l’art. 292 c.p. richiede che il danneggiamento alla bandiera o altro emblema dello stato sia posto in essere “pubblicamente”, così come si richiede avvenga per le offese a una confessione religiosa mediante danneggiamento di cose ex art. 404 c.p.

Se poi volessimo trarre un’ulteriore possibile conferma sul punto dal tenore letterale della norma, potremmo segnalare come l’art. 3 subordina il beneficio della sospensione condizionale all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato (secondo un criterio di piana consuetudine) ovvero alla prestazione di attività non retribuita a favore della collettività, rimettendo comunque simbolicamente la reintegrazione del reo ad un’espiazione pubblica della riparazione.

L’emergente connotazione pubblica della condotta, specie a seguito dell’ultima legge di depenalizzazione, non implica una necessaria connotazione pubblicistica dell’oggetto materiale, la cui varietà impone un grosso impegno classificatorio, del quale danno atto alcuni importanti arresti giurisprudenziali (“La ratio dell'aggravamento della pena previsto dall'art. 625 n. 7, terza ipotesi, c.p., non è correlata alla natura - pubblica o privata - del luogo ove si trova la cosa, ma alla sua condizione di esposizione alla pubblica fede, che ricorre quando la cosa trovi protezione solo grazie al senso di rispetto per l'altrui bene da parte di ciascun consociato;

E' perciò possibile ritenere che questa condizione possa sussistere anche se la cosa si trovi in un luogo privato a cui, per mancanza di recinzioni o sorveglianza, si possa liberamente accedere”: Cassazione penale sez. II 19 aprile 2017 n. 24131;

“La vetrina di un locale sulla pubblica via non è un bene esposto alla pubblica fede, sicché il suo danneggiamento non integra l'ipotesi di danneggiamento aggravato”: Cassazione penale sez. II 16 marzo 2017 n. 31646).

Per altro verso, non ci sono dubbi sulla possibilità di una vittima della violenza, nota modale oggi particolarmente importante, a seguito del maquillage degli artt. 635 e ss. c.p. (che in realtà non è un mero maquillage).

Differentemente, persona offesa è anche chi abbia un interesse specifico all’integrità della cosa danneggiata, interesse non qualificato eppure giuridicamente rilevante, sia pure per il tramite di un riconoscimento di situazione di fatto quale sempre più di frequente si deve dar conto di parificare alle situazioni di diritto (tenendo ben a mente che il diritto penale non sempre può essere costretto nelle classificazioni, ogni qualvolta è necessario che si intervenga con il presidio penalistico a prescindere da categorizzazioni di ogni genere).

 

5. Condotta

Assai di rado la condotta di danneggiamento è descritta come il cagionare un danno sic et simpliciter; il legislatore costruisce quasi sempre il fatto con epifanie più o meno note, più o meno emblematiche (talvolta obsolete) del danneggiare, lasciando ampio spazio alla tecnica del reato a condotta alternativa: la littera legis annovera una pluralità di possibili forme di manifestazione della condotta criminosa, tra loro equivalenti, ciascuna autosufficiente a varcare la soglia del penalmente rilevante, insufficienti a determinare una pluralità di addebiti se poste in essere in numero maggiore di una.

Non è facile stabilire se questo modo di scrivere le norme sia inappuntabile perché risponde meglio ai canoni della tassatività, precisione e determinatezza, oppure se sia censurabile in quanto segnala, al contrario, una diseconomia linguistica del legislatore, che si avvale di espressioni spesso troppo similari per potersi definire secondo uno statuto semantico autonomo.

In un excursus necessariamente selettivo, si possono individuare alcune descrizioni più usuali per la condotta di danneggiamento:

- cagiona danno (art. 1123 codice della navigazione – danneggiamento con pericolo colposo di naufragio o disastro aviatorio);

- distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta (art 292 c.p. – danneggiamento alla bandiera dello stato o ad altro emblema dello Stato);

- distrugge, disperde, deteriora, rende inservibili o imbratta (art. 404 – offese a una confessione religiosa mediante … danneggiamento di cose);

- distrugge, disperde, deteriora od occulta (art. 642 – fraudolento danneggiamento dei beni assicurati); rompe, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili (art. 427 c.p. – danneggiamento seguito da inondazione, frana o valanga);

- distrugge, disperde, deteriora o rende inservibili (art. 1142 codice della navigazione – danneggiamento del carico o di attrezzi di bordo);

- sopprime, distrugge, disperde o deteriora (art. 334 c.p. – danneggiamento di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa);

- rimuove, lacera, o, altrimenti, rende illeggibili o comunque inservibili (art. 345 c.p. – offesa all’Autorità mediante danneggiamento di affissione);

- distruzione, soppressione, occultamento, danneggiamento, in tutto o in parte, ovvero formazione o artificiosa alterazione, in tutto o in parte, di un documento o di un oggetto (art. 375 c.p. – frode in processo penale e depistaggio);

- distrugge, deteriora o comunque danneggia (art. 733 – danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale).


In alcune situazioni, come accennato in prospettiva di offensività, l’intervento penale viene anticipato:

- commette un fatto diretto a danneggiare o distruggere (art. 420 co. 1 c.p. – attentato a impianti di pubblica utilità);

- commette un fatto diretto a danneggiare o distruggere (art. 420 co. 2 c.p.), con aggravamento “se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento” (art. 420 co. 3 c.p.);

- commette un fatto diretto a danneggiare o distruggere (art. 420 c.p. – attentato a impianti di pubblica utilità); applica il fuoco a una cosa propria o altrui se dal fatto sorge il pericolo di un incendio (art. 424 c.p. – danneggiamento seguito da incendio).

Il linguaggio del legislatore risulta a volte univocamente anacronistico:

- uccide o rende inservibili o comunque deteriora (art. 638 – uccisione o danneggiamento di animali altrui) non è irrituale segnalare che rendere inservibile una creatura così come deteriorarla, nonché a monte danneggiarla, sono davvero semanticamente incomprensibili oggi.

Le specificazioni delle condotte sono semanticamente semplici, ancorché risuonino sentenze paradossalmente interpretative di concetti per così dire elementari:

“Ai fini della configurabilità del reato di danneggiamento mediante deterioramento è necessario che la capacità della cosa di soddisfare i bisogni umani o l'idoneità della stessa di rispettare la sua naturale destinazione risulti ridotta, con compromissione della relativa funzionalità (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto integrato il reato a seguito dell'intorbidamento delle acque e dell'alterazione delle correnti marine determinato dallo sversamento di sabbia, quale conseguenza della realizzazione di un'isola artificiale)” (Cassazione penale sez. III 10 febbraio 2016 n. 15460);

“Il reato di danneggiamento commesso con violenza alla persona o con minaccia, nel testo riformulato dall'art. 2, lett. l), D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, è configurabile anche nel caso in cui non sussiste un nesso di strumentalità tra la condotta violenta o minacciosa e l'azione di danneggiamento, posto che la ragione della incriminazione deve essere ravvisata nella maggiore pericolosità manifestata dall'agente nella esecuzione del reato” (Cassazione penale sez. VI 15 marzo 2016 n. 16563).

 

6. Oggetto materiale della condotta

Il sistema penale incrimina a titolo di danneggiamento una cospicua molteplicità di fatti, il cui nucleo essenziale risiede nel recar danno ad una cosa (materiale o immateriale, propria o altrui, con o senza modalità di condotta specifiche e caratterizzanti: distinzioni, tra le tante, che la normativa impone di passare in rassegna oggi più che mai).

Le situazioni in cui la natura privata dell’oggetto della condotta va esclusa sono sicuramente più numerose; si riesce in tal modo a cogliere il dato della prevalenza di un riferimento del danno a più persone:

- accade già nell’art. 635 c.p. (la norma equipara la violenza anche privata alle manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico), lasciando ad uno spazio “privato” del danneggiamento un ruolo davvero marginale.

Non si contano, del resto, le situazioni nelle quali l’oggetto della condotta rende assai maggiore il disvalore del fatto, come emblematicamente nel caso dell’art. 424 co. 3, c.p., che contempla il fuoco “appiccato a boschi, selve e foreste, ovvero vivai forestali destinati al rimboschimento”.

Quanto si riscontra in questo ambito trova conferma nell’incipiente analisi della condotta.

Se, dunque, muovendo da ipotesi più tradizionali, è inevitabile pensare a questo reato come emblema di comportamenti aggressivi verso cose materiali, la sua latitudine attuale, con progressiva dilatazione (che pare inarrestabile) della semantica legislativa, involge anche dati di realtà connotati da immaterialità.

 

7. Evento

Poca attenzione va dedicata all’evento dei reati di danneggiamento sulla base della considerazione che condotta ed evento sono così strettamente correlati, dal punto di vista logico e tematico, da necessitare un’imprescindibile considerazione unitaria, a discapito del fatto che il modello rende evidente una distinzione tra condotta ed evento (atteso che è reato ad evento naturalistico).

Occorre dunque precisare l’assunto osservando che a fronte di una condotta di distruzione c’è l’effetto della distruzione, così come a fronte di una condotta di danneggiamento c’è un danno, e così via.

Può dunque ritenersi che lo sforzo classificatorio imposto all’interprete in sede di definizione delle forme di manifestazione della condotta rifluisce in modo decisivo sui bisogni definitori dell’evento.

In giurisprudenza si può leggere in questa chiave l’indicazione speciale dettate in materia di inquinamento ambientale:

Ai fini della configurabilità del reato di inquinamento ambientale di cui all'art. 452 bis c.p. è necessario e sufficiente, quanto all'evento, che i beni protetti risultino oggetto di "una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili" (endiadi con la quale si intende coprire ogni possibile forma di "danneggiamento"), ravvisabili anche in assenza del carattere della irreversibilità come pure in presenza di una preesistente compromissione che ancora non abbia assunto il suddetto carattere (dovendosi altrimenti ravvisare il più grave reato di cui all'art. 452 quater c.p.), e dovendosi, per converso, escludere che dal solo superamento dei limiti tabellari fissati dalle norme antinquinamento derivi automaticamente la "significatività" del danno prodotto;

Quanto al requisito dell'"abusività" della condotta, che questa sia in contrasto con qualsivoglia disposizione, ancorché di carattere meramente amministrativo, che disciplini l'esercizio delle attività nell'ambito delle quali la condotta medesima si colloca, pur quando si tratti di disposizioni che, come nel caso dello scarico di impianti per il trattamento di acque reflue urbane, indichino soltanto come "consigliabile" l'osservanza di determinati limiti quali, nella specie, quelli concernenti la presenza del batterio "Escherichia coli": Cassazione penale sez. III 31 gennaio 2017 n. 15865.

 

8. Coefficiente psicologico

L’aspetto soggettivo richiesto dalle norme è prevalentemente il dolo, talvolta nella forma del dolo intenzionale, talaltra nella forma del dolo eventuale, nonché, su un piano distinto, nella forma del dolo specifico.

Il fine di danneggiamento connota alcuni reati in modo da entrare nelle fattispecie come proiezione esterna dell’illecito, resa indispensabile dal costrutto del dolo specifico (si veda l’424 c.p. “al solo scopo di danneggiare la cosa altrui”).

In particolare, nel delitto di sottrazione di beni sottoposti a pignoramento o a sequestro, il dolo specifico consistente nella "consapevolezza di agire in contrasto con il vincolo gravante sulla cosa" (cfr. Cassazione penale sez. VI 09 febbraio 2017 n. 25756).

Il danneggiamento colposo, di per sé non rinvenibile in via generale in ragione dello sbarramento che discende dall’art. 42 c.p., si riscontra in alcune ipotesi “minori”, che danno conto, a contrario, della scelta politico criminale di punire ordinariamente questa tipologia di fatti solo se accompagnati dal coefficiente psicologico di massima partecipazione del reo al reato.

 

9. Forme di manifestazione del reato

- Circostanze

La costruzione dei fatti di danneggiamento si avvale in modo particolarmente ricorrente di ipotesi circostanziate, prevalentemente per un appesantimento del carico sanzionatorio, talvolta in direzione contraria.

Ne discendono problematiche note in ordine alla compresenza di circostanze di segno diverso, di circostanze comuni e di circostanze speciali, di circostanze ad effetto speciale e ad efficacia speciale.

Il tema, peraltro, non necessita di particolari approfondimenti, trovando applicazione le regole ordinarie in materia di concorso di circostanze, di imputazione delle circostanze, anche in concomitanza di requisiti di fattispecie particolari come le qualità soggettive talvolta richieste nell’ambito della fattispecie costitutiva del reato o come elementi “accessori” quali si possono intendere gli elementi circostanziali.

Più interessante, ancorché in prospettiva puramente dogmatica, è il rilievo delle ipotesi circostanziali in sede di sistematica del danneggiamento, per una valutazione e ricapitolazione delle connotazioni indefettibili della categoria, sia in termini di note modali, sia in termini di epigoni sul tema dell’offensività, atteso che, se da un lato non sono certo le ipotesi circostanziali a definire l’identità di un reato, è pur vero che il ripetersi di norme lessicalmente e strutturalmente coincidenti segnala modelli empirico criminologici comuni, e, per così dire, costanti.


- Tentativo

Di grande interesse dogmatico è il tema del tentativo di danneggiamento, non già, evidentemente, per la piana applicazione dell’art. 56 c.p. alle ipotesi più lineari, quanto per le complessità che nascono dall’innesto del tentativo su reati a consumazione anticipata anch’essi costruiti con richiamo alla categoria del danneggiamento.

La giurisprudenza ha chiarito che “Non è configurabile il tentativo nel delitto di danneggiamento seguito da incendio, previsto dall'art. 424 cod. pen., trattandosi di fattispecie di pericolo per la cui punibilità è necessario che sia sorto quanto meno il pericolo di un incendio, condizione quest'ultima sufficiente per integrare la consumazione del delitto, in assenza della quale, invece, il fatto è qualificabile come danneggiamento, nella forma consumata o tentata” (Cassazione penale sez. II 08 marzo 2017 n. 17558).


- Concorso di persone

Il tema del concorso di persone non pone particolare problema per i reati di danneggiamento, stante che anche istituti in qualche misura meno frequentati, come il concorso nel reato proprio o l’imputazione delle circostanze ai concorrenti, in verità, non assumono connotazioni particolari alla materia.

In giurisprudenza: “Perché il concorrente morale risponda di un reato di evento (nelle specie: lesioni personali e danneggiamento) non è necessario, come per l'esecutore materiale, che l'evento sia stato da lui voluto con dolo diretto, ma è sufficiente che sia stato voluto con dolo eventuale e, pertanto, egli deve aver concorso all'azione dell'esecutore materiale non soltanto prevedendo in concreto l'evento come possibile conseguenza dell'azione concordata, ma addirittura accettandone il rischio di accadimento, pur di realizzare l'azione concordata e sempre che l'evento rientri, in modo diretto e conseguenziale, nello schema esecutivo di tale azione” Cassazione penale sez. II 15 aprile 2016 n. 20793

 
- Unità e pluralità di reati

Il concorso tra reati di danneggiamento appare tutt’altro che improbabile, nella fenomenologia concreta, il che impone una disamina attenta delle situazioni più ricorrenti.

Anzitutto, le modalità comportamentali tipizzate dalla norma incriminatrice nella fattispecie base di danneggiamento sono oggi la violenza e la minaccia, da intendersi quali alternative, secondo la teorica della norma a più fattispecie, con l’effetto di escludere un concorso formale di reati qualora vengano poste in essere entrambe.

A seguito dell’ultimo intervento di depenalizzazione si deve tenere in considerazione anche la nuova morfologia del danneggiamento c.d. semplice, per il quale le modalità della violenza e della minaccia rimandano ad una ineludibile connessione tematica con le fattispecie che elevano ad autonomo nucleo di fattispecie queste condotte.

Non sembra difficile, sul punto, ritenere l’assorbimento (per altri la consunzione) come forma di concorso apparente di norme che esclude il concorso formale di reati tra danneggiamento e delitto di violenza privata o minacce.

Così, “Opera il principio di consunzione tra il reato di danneggiamento e quello di lesioni aggravate e, quindi, il primo viene assorbito dal secondo, quando il comportamento violento, che ha causato un danno agli indumenti della persona offesa, era, invece, finalizzato a ledere l'altrui incolumità”: Cassazione penale sez. V 03 novembre 2015 n. 19447.

Altrettanto utile è quanto chiarito in altro arresto della Suprema Corte: “La violenza privata e il danneggiamento non danno luogo a un'ipotesi di reato complesso (danneggiamento con violenza alla persona), bensì a concorso di reati autonomi, in quanto la strumentalità della violenza, che nel primo reato è volta al fine di costringere altri a fare o ad omettere qualcosa, fuoriesce dallo schema tipico del secondo reato, in cui è sufficiente che la violenza sia fine a se stessa o tutt'al più che sia compiuta al fine di danneggiare” (Cassazione penale sez. V 24 febbraio 2015 n. 13550).

 
10. Rapporti con altre fattispecie

In immediata successione rispetto al tema del concorso di norme e concorso di reati, vanno introdotti possibili contatti tra fatti di danneggiamento ed altre ipotesi criminose.

La giurisprudenza, sia di merito sia di legittimità, offre in proposito ampi riscontri:

“Il discrimine tra il reato di danneggiamento seguito da incendio di cui all'articolo 424 del Cp, e quello di incendio previsto dall'articolo 423 del Cp deve individuarsi nell'elemento psicologico del reato.

Nel delitto di incendio, esso consiste nel dolo generico, cioè nella volontà di cagionare un incendio, inteso come combustione di non lievi proporzioni, che tenda a espandersi e non possa facilmente essere contenuta e spenta; nel delitto danneggiamento seguito da incendio, invece, l'elemento psicologico è caratterizzato dal dolo specifico, consistente nel voluto impiego del fuoco al solo scopo di danneggiare senza la previsione che da esso ne deriverà un incendio.

Da ciò consegue che nel caso di incendio commesso al fine di danneggiare, quando a detta ulteriore specifica finalità si associa la coscienza e volontà di cagionare un fatto di entità tale da assumere le dimensioni previste dall'articolo 423 del Cp, è applicabile quest'ultima norma, e non l'articolo 424 del Cp, nel quale l'incendio è contemplato come evento che esula dall'intenzione dell'agente.

Nel caso di specie, si era verificato di certo un incendio, data la vastità delle proporzioni delle fiamme, tuttavia, l'imputata, previa riqualificazione del fatto attribuitole, è stata ritenersi colpevole del reato ex articolo 424 comma 2 del Cp, non sussistendo la volontà in essa di cagionare un incendio” (Corte appello Palermo sez. IV 07 aprile 2017 n. 1599);

“Il delitto di atti persecutori può concorrere con quello di danneggiamento anche quando la condotta dannosa costituisce la modalità esclusiva di consumazione degli atti persecutori, trattandosi di reati che tutelano differenti beni giuridici.

"Nella fattispecie la Corte ha ritenuto immune da censure la qualificazione come atti persecutori della reiterazione di cinquantuno atti di danneggiamento realizzati dall'imputato tramite la foratura delle gomme dell'auto della persona offesa, a seguito dei quali la stessa aveva riportato uno stato d'ansia ed aveva mutato le sue abitudini di vita, ritenendo tali atti idonei a configurare sia la molestia, per i ripetuti danni in sé, sia la minaccia, in relazione alla probabilità di analoghi atti dannosi desumibile dalle precedenti condotte”: Cassazione penale sez. V 13/12/2016 n. 52616;

“Il reato di frode informatica si differenzia da quello di danneggiamento di dati informatici, di cui agli artt. 635 bis e ss. cod. pen., perché, nel primo, il sistema informatico continua a funzionare, benché in modo alterato rispetto a quello programmato, mentre nel secondo l'elemento materiale è costituito dal mero danneggiamento del sistema informatico o telematico, e, quindi, da una condotta finalizzata ad impedire che il sistema funzioni” (Cassazione penale sez. II 01 dicembre 2016 n. 54715);

“Il delitto di danneggiamento aggravato dall'essere il fatto commesso con violenza alla persona è assorbito in quello di lesioni personali aggravate quando il danneggiamento costituisce parte della progressione degli atti finalizzati a provocare le lesioni alla persona offesa. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto assorbito il delitto di cui all'art. 635, comma secondo n. 1, cod. pen. in quello di tentate lesioni personali, aggravate dall'uso di un oggetto atto ad offendere, in relazione alla condotta di un'imputata che, gettando una torcia illuminata accesa in direzione della persona offesa, era riuscita a colpire la vittima sul petto, danneggiandole la giacca): Cassazione penale sez. V 03 novembre 2015 n. 19447;

“Qualora il reato di deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi di cui all'art. 632 cod. pen. venga commesso attraverso il danneggiamento della cosa altrui, deve escludersi il concorso formale con il reato di danneggiamento, che resta assorbito” (Cassazione penale sez. II 07 luglio 2015 n. 30398);

“Il reato di danneggiamento non può essere considerato una «mera estrinsecazione» del reato di resistenza a pubblico ufficiale, ben potendo le due fattispecie concorrere materialmente tra loro, posta la diversità dei beni giuridici tutelati (nella specie, l'imputato, condotto in caserma dopo una lite familiare, aveva fatto resistenza nei confronti dei Carabinieri, rompendo nella colluttazione una sedia della sala di aspetto): Cassazione penale sez. II 03 febbraio 2015 n. 19293.

Per concludere, merita un nuovo cenno il profilo interdisciplinare del danneggiamento. All’art. 2043 c.c. va infatti affiancata la tutela esperita con l’azione di danno temuto:

“la denuncia di danno temuto presuppone il danneggiamento - grave, prossimo, attuale e futuro - minacciato ad una cosa immobile (o anche mobile) da una cosa immobile o mobile altrui, tale da comportare il deterioramento della "res" del denunciante e la menomazione dell'interesse tutelato, ovvero il rischio per le cose ivi collocate, o, ancora, seppure in via mediata e indiretta per le persone che nell'ambito dell'immobile, oggetto di pregiudizio, agiscono ed operano, per la loro incolumità e salute. Il pregiudizio non va inteso necessariamente come nocumento che incida sulla consistenza fisica della cosa, ma può anche interpretarsi come connesso all'esercizio di facoltà giuridiche inerenti il diritto vantato sulla cosa e la condizione dell'azione di danno temuto non deve individuarsi in un danno certo, o già verificatosi, bensì anche nel solo ragionevole pericolo che il danno si verifichi” (Tribunale Napoli Nord, sez. I, 12/12/2016).

(L’articolo è stato pubblicato sul dito di Altalex, Altalexpedia il 27.09.2017)

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